Joel-Peter Witkin è un artista affascinante. Nato a New York nel 1939 da padre ebreo lituano e madre cattolica di origini italiane, si forma come fotografo durante il servizio militare in Vietnam. Studia Storia dell’arte alla Columbia University e ottiene un Master in fotografia alla University of New Mexico ad Albuquerque, dove vive tuttora.
Le fotografie di Witkin rivelano un mondo da cui siamo abituati a distogliere lo sguardo, fatto di segreti e tabù che cerchiamo di ignorare. L’iconografia classica, gli espliciti rimandi alla storia dell’arte diventano strumenti per porci di fronte a una realtà in cui la Morte, il dolore, il grottesco, il mostruoso, si intrecciano alla Vita, alla spensieratezza, al capriccio. La forza di questa rivelazione sta nel non cercare di risolverne le contraddizioni, di capirne il senso, ma nel prenderne atto. Witkin ci costringe a guardare oltre l’orizzonte socialmente accettato e ci libera dai vincoli oppressivi della nostra educazione. Questa in fondo è la sua storia, cresciuto sotto la rigida educazione cattolica della madre e ribellatosi alla paura del peccato, accettando la Morte come parte integrante della Vita, cogliendone anzi la bellezza e la serenità.
Il fotografo rifiuta rigorosamente il digitale e ha sviluppato negli anni delle tecniche particolari. Elabora le immagini durante la stampa, usa filtri, strappa o graffia i negativi, usa il collage, l’immagine stessa diventa materia organica, in decomp
osizione come il soggetto che racchiude.
Le nature morte sono di certo le opere più esemplificative della poetica di Witkin. Realizza composizioni che in alcuni casi richiamano Arcimboldo (Harvest, New Mexico, 1981) utilizzando arti e parti umane come materia prima. Still life, Marseille (1992) e Still life with breast (2001) ci offrono il legame più puro che unisce Uomo e Natura: il ciclo della vita, la morte. E allora la testa rugosa dell’uomo da cui nascono gigli diventa un frutto, la pelle la buccia rugosa, il seno nel piatto un dolce morbido e succoso. C’è poi lo stato più duro, l’ultimo, il più doloroso: la decomposizione, la putrefazione totale. Feast of Fools (1990) offre uno scenario terribile: tutto si mescola, marcisce, la frutta non aggiunge vita agli arti decomposti, alla carne del neonato bendato e malamente ricucito.
Rimangono i tabù della Vita, quelli più duri da infrangere. Joel-Peter Witkin è attento alla realtà più autentica, libera da convenzioni e regole. Gods of Earth and Heaven, Los Angeles, 1988, versione dissacrante della Nascita di Venere di Botticelli e Lisa Lyon as the Anavyssos Kouros, 1983 sono opere provocatorie. Il simbolo della bellezza femminile che rivela il membro maschile, la giovane atleta dal fisico possente che incarna l’essenza della virilità, quella dei Kouroi greci che ricercavano la perfezione della kalokagathia . La sessualità smette di essere elemento qualificante e l’ambiguità diventa uno strumento di liberazione dal pregiudizio.
L’arte di Witkin è un viaggio attraverso la storia dell’arte. Il fotografo se ne appropria e la restituisce attraverso il filtro della sua realtà. Realizza capricci settecenteschi di corpi, busti, cornici, arazzi (Eve knighting Daguerre, 2003), costruisce oggetti Déco all’insegna del grottesco (Art Déco Lamp , New Mexico, 1986), immagina divertenti retroscena delle grandi opere del passato (Raphael and La Fornarina, 2003) ricostruisce come in un circo freak le opere
di Velazquez (The Fool Budapest, 1993 e Las Meninas, 1987) ripropone Les Poseuses di Seurat (Three kinds of Women, Mexico City, 1992) e ricostruisce il bizzarro studio di Courbet (Studio of the Painter, 1990). Fa satira politica riproponendoci George W. Bush come protagonista di una moderna Zattera della Medusa (The Raft of G.W. Bush, 2006) nella posizione del vecchio padre che regge il corpo del figlio, sostituito in questo caso dal corpo nudo e prosperoso di una giovane ragazza.
Joel-Peter Witkin ha il coraggio di farci accettare la nostra paura, liberandoci dall’oppressione del memento mori, facendoci accettare il deforme, la Morte, inviandoci infine quelle tre meravigliose Pictures from the Afterworld (1994), tre ritratti, cadaveri dei nostri antenati, con quel vecchio pittore al centro: l’incredibile materializzazione di un quadro di Bacon.