Cindy Sherman è stata una delle artiste più influenti tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Con i suoi lavori ha saputo portare avanti in modo originale la critica contro una società rigorosamente maschile, esplorando la creazione di modelli di genere che ancora oggi rimangono riferimenti essenziali.
La mostra espone tre lavori giovanili dell’artista: il primo (Doll Clothes, 1975) realizzato al college, gli altri (Murder Mystery People e Bus Riders) entrambi del 1976 riproposti dall’artista nel 2000 dopo la perdita degli scatti originali.
Doll Clothes, un breve film in 16 mm trasferito in DVD, è un’opera incredibilmente forte. Realizzato negli ultimi anni di college, offre la chiave di lettura per tutti i lavori della Sherman. L’artista, sempre unica protagonista, si presenta come una bambola di carta imprigionata in una deliziosa scatola di fiori. Liberatasi dalla plastica che la trattiene sceglie divertita un vestito da indossare. Ne trova uno, se ne compiace. La sua libertà le dona volume, tridimensionalità, possibilità di movimento fino al violento arrivo di una mano maschile che la riporta, di nuovo sagoma di carta, nella sua tomba di plastica.
Formatasi negli anni delle grandi rivendicazioni femministe, Cindy Sherman ha studiato i modi in cui la società riesce a relegare le donne in ruoli rigidi e prestabiliti. La mano maschile di Doll Clothes è un chiaro riferimento all’autorità patriarcale, nei lavori successivi, però, la critica si fa più sottile e in un certo senso più eclatante. La Sherman dimostra come i grandi strumenti di comunicazione di massa, il cinema prima di tutti, creino modelli di genere che diventano essenziali punti di riferimento nella società. La ragazza ingenua, la vedova seducente, la donna ribelle, la ricca annoiata: sono modelli imposti dall’alto, in cui la popolazione si riconosce, di cui anzi si appropria in una costruzione fittizia della vita.
Murder MysteryPeople (1976-2000) è un lavoro divertente. Esposto a New York nel collettivo Hall Walls nel 1976, è una testimonianza del grande interesse dell’artista per i film hollywoodiani degli anni 30. Cindy Sherman gioca con i ruoli di un immaginario film giallo, reinterpretandoli nei suoi autoscatti. Il giovane attraente con il petto villoso esageratamente marcato, la moglie in una sgualcita sottoveste con il viso segnato dalle occhiaie, la donna seducente con il rossetto rosso e la sigaretta, il detective con l’impermeabile, il maggiordomo che sa più di quanto dovrebbe. Le caratteristiche dei personaggi sono vistosamente artificiali. Non c’è nessun tentativo di rendere credibile e naturale il loro ruolo: Cindy Sherman vuole mettere in evidenza l’artificio.
Bus Riders (1976-2000) esposto in diverse gallerie e addirittura sul Metro Bus 535 di Buffalo, è la trasposizione dei ruoli sessuali nel mondo reale. L’artista si propone nelle vesti di persone sull’autobus. Una studentessa ribelle con la sigaretta, una donna stanca dopo una giornata di spese, un uomo in carriera, una ragazza provocante che si offre in piedi allo spettatore. Per quanto questi personaggi appartengano al nostro mondo, anche in questo caso l’artificio è evidente. Sembra davvero che questi ruoli abbiano qualcosa di forzato e non possono non metterci di fronte al dubbio. Quanto c’è di spontaneo in quello che facciamo? Non siamo forse così simili ai grandi manifesti pubblicitari a cui crediamo di non dare importanza?
Quella del Museo Gucci è una mostra interessante. Curata da Francesca Amfitheatrof, è un piccolo spiraglio contemporaneo in una Firenze ancorata al suo passato rinascimentale. Lascia un po’ l’amaro in bocca, purtroppo, quel Museo Gucci: splendido hotel di lusso per una collezione di borse e qualche scatto sgranato di un paparazzo. Proprio lì, a due passi dalle teche polverose degli Uffizi.