Salvador Dalì è un personaggio straordinario, bizzarro, eccentrico, così incredibile da essersi trasformato egli stesso in un’opera d’arte. “Il surrealismo sono io” diceva, dopo l’espulsione dal gruppo dei surrealisti. Proprio per questo forse non si può, in certi casi, non rimanere delusi dalla sua arte.
La mostra di Firenze propone una serie di lavori minori di Dalì cercando di avvicinare lo spettatore a diversi aspetti della sua produzione artistica, quanto mai varia e articolata. Il Dalì che emerge però è quello tanto criticato dai suoi colleghi, diventato ormai marchio di fabbrica, condannato a ripetere in continuazione sé stesso.
I suoi orologi fluidi, le grandi figure bronzee come il San Giorgio e il drago e l’Uomo con farfalla, i collages, sono opere in cui poco rimane del genio che ha portato Dalì al successo, come se la sua grande creatività si fosse esaurita nei baffi appuntiti.
Interessanti le illustrazioni a puntasecca del Decamerone e del Marchese de Sade, così come quelle de Le Paradis Terrestre in cui l’artista immagina il viaggio di Satana nell’Eden.
Gli oggetti in pâte de verre realizzati per la Daum Cristellerie tra gli anni ’40 e il ’68 sembrano invece una sorta di riproduzione kitsch di grandi icone come la Venus aux tiroirs.
Di certo non mancano oggetti incredibili, primo fra tutti quel meraviglioso set di posate per Mafalda Davis realizzate nel 1957, che insieme agli oggetti di design mostrano quanto l’arte, il surrealismo permeasse tutta la vita di Dalì.
Il divano Mae West, la sedia e il tavolino Leda tutti disegnati negli anni ’30, sono oggetti moderni, attuali, splendidi. Trent’anni prima della mercificazione della Marilyn di Andy Warhol, Dalì isola la bocca di Mae West e ne fa un bene di consumo, un oggetto appunto.
Le opere più interessanti ad ogni modo sono le piccole statue bronzee esposte nell’ultima sala. Lilith et la Double Victoire mostra la capacità dell’artista di combinare motivi religiosi e classici, senza tralasciare un’incredibile ironia come ne L’esclave Michelin una riproduzione dello Schiavo ribelle di Michelangelo intrappolato in due pneumatici a sottolineare la moderna contrapposizione fra l’uomo e la macchina, grande nemica di Dalì.
Bellissima la piccola Vestiges ataviques après la pluie del 1969 essenza del surrealismo con quella goccia d’acqua trafitta e sorretta da una stampella, ma soprattutto splendide le forme de Le Yin et le Yang del 1968 con quei due spettatori alla base, che ricordano i passanti di fronte al Cloud Gate di Kapoor a Chicago.
Troviamo poi Venus à la giraffe del 1973, ingegnosa rielaborazione del mondo antico: il collo della Venere è incredibilmente allungato e l’equilibrio viene ristabilito con l’introduzione della stampella, tema caro a Dalì, che diventa filtro surrealista della perfezione classica.
La mostra si chiude infine con due opere esposte nel giardino del palazzo: L’elefante del trionfo del 1975 e La lumaca e l’angelo del 1977, figure ricorrenti nella poetica del catalano. Il paradosso dell’elefante possente sorretto da esili zampe e quello della lumaca con una corazza dura a proteggerne la delicatezza.
The Dalì Universe avrebbe potuto essere una grande esposizione, come lo sono quelle che riescono a inserire opere contemporanee in scenari sontuosi e antichi come quello di Palazzo Medici Riccardi. Purtroppo è stata solo un tentativo malriuscito.
Chissà che non serva da lezione.