Nato a Zurigo da genitori italiani, Antonio Ligabue ha avuto una vita difficile, alimentata da un folle istinto primordiale, eterno motore della sua arte. La vita errabonda lungo le rive del Po, l’incontro con l’artista Mazzacurati che lo inizia alla pittura, il manicomio, la guerra: tutta l’energia dell’esistenza si fissa sulla tela. La mostra ripercorre l’evoluzione artistica di Ligabue che impara a misurare i gesti, o piuttosto a lasciarli andare, a potenziare il colore: dai toni diluiti dei primi anni alle più incredibili esplosioni cromatiche delle sue giungle e dei suoi animali selvaggi. Gli anni ’30 sono gli anni di formazione in cui il colore è debole, stenta a definire plasticamente l’immagine. Con il tempo il disegno si fa più deciso, così come i colori nel periodo del successo e della maggior produzione, con quel tratto sempre più nervoso, fino alla morte tragica nel ’65. La mostra si apre con la scena incredibile della Traversata della Siberia del 1948. Un sogno violento con quei lupi affamati che incarnano un’energia sconosciuta all’uomo. Si racconta
che il pittore compiesse dei piccoli riti prima di dipingere, che urlasse imitando i versi degli animali feroci che andava a studiare al circo per poi plasmarli con il colore. Qui nascono i ruggiti del gruppo di sculture bronzee, pezzi centrali della mostra di Lucca. Ligabue lavora di memoria. Osserva gli animali, li scruta, assimila la loro ferocia e la grida forte impastando l’argilla con le mani. Negli anni ’40 Ligabue acquista consapevolezza. Il susseguirsi dei piani tonali crea l’illusione prospettica, il disegno diventa deciso. Splendidi i paesaggi notturni (Notturno con contadino e cane, 1953 e Notte dei
corvi, 1957) fatti di colori intensi senza un disegno di base, per esprimere un sentimento genuino e profondo. La ferocia dell’istinto, se ben si sfoga nelle sculture, è ben visibile nei disegni, parte di una produzione continua, infinita, massima espressione dello stato d’animo dell’artista. Quelli di Ligabue non sono disegni preparatori, ma opere indipendenti. La matita pressata con forza sulla carta delinea i tratti dei cani da caccia, degli uccelli del fiume e degli animali esotici ed è incredibile pensare che sia la sola memoria a suggerirne i tratti. Il terzo periodo, quello degli anni ’50 e dei primi anni ’60, è segnato dal successo, dalle prime mostre personali, da una maggiore velocità esecutiva. Ligabue elimina il disegno preparatore e lavora con il colore. L’ultima sala è quella del Ligabue più famoso, della Testa di tigre, 1955-56 e di Gorilla con donna del 1957 con l’evidente contrasto tra la forza dell’animale e l’assoluta insignificanza della donna, un
manichino inerme. L’uomo è completamente escluso dalla forza della natura, l’ha rifiutata ed è incapace di comprenderne il senso. Per questo Ligabue dipinge quegli animali feroci, perché è rimasto l’unico custode di una energia antica. La mostra si chiude con una serie di incisioni, realizzate su suggerimento dei suoi galleristi. I soggetti sono l’ultima testimonianza di una spontanea creatività prima della paralisi e della morte. Ligabue non rispetta le regole della tecnica, ma la piega alle sue esigenze espressive, incide direttamente il suo nome sulla lastra per poi trasporlo a rovescio sulla carta, impigliato tra i cespugli dove si nasconde un giaguaro, un porcospino dagli aculei pungenti, o da cui volano anatre selvatiche. Antonio Ligabue è stato uno dei più grandi geni che il Novecento ci ha lasciato. Proprio lui, quel personaggio bizzarro che dipingeva nelle campagne del Nord, che si legava le tele sulle spalle prima di partire in moto. Via. Lontano.
Salvador Dalì è un personaggio straordinario, bizzarro, eccentrico, così incredibile da essersi trasformato egli stesso in un’opera d’arte. “Il surrealismo sono io” diceva, dopo l’espulsione dal gruppo dei surrealisti. Proprio per questo forse non si può, in certi casi, non rimanere delusi dalla sua arte.
I suoi orologi fluidi, le grandi figure bronzee come il San Giorgio e il drago e l’Uomo con farfalla, i collages, sono opere in cui poco rimane del genio che ha portato Dalì al successo, come se la sua grande creatività si fosse esaurita nei baffi appuntiti.

Cindy Sherman è stata una delle artiste più influenti tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Con i suoi lavori ha saputo portare avanti in modo originale la critica contro una società rigorosamente maschile, esplorando la creazione di modelli di genere che ancora oggi rimangono riferimenti essenziali. 

di Velazquez (The Fool Budapest, 1993 e Las Meninas, 1987) ripropone Les Poseuses di Seurat (Three kinds of Women, Mexico City, 1992) e ricostruisce il bizzarro studio di Courbet (Studio of the Painter, 1990). Fa satira politica riproponendoci George W. Bush come protagonista di una moderna Zattera della Medusa (The Raft of G.W. Bush, 2006) nella posizione del vecchio padre che regge il corpo del figlio, sostituito in questo caso dal corpo nudo e prosperoso di una giovane ragazza.